Qualche annetto fa, quando i PC non erano sofisticati come quelli di oggi e internet muoveva i suoi primi passi in ambito universitario, i giovani tra i quattordici e i venti anni (per la verità alcuni erano anche più grandicelli), trascorrevano interi pomeriggi nelle cosiddette “sale giochi”: sterminati saloni pieni zeppi di videogames, ammassati l’uno di fianco all’altro, fino a formare un vorticoso catasto di circuiti e colori. I Flipper, molto più datati, erano rilegati in un angolino semi deserto e gli altri apparecchi, considerati ormai obsoleti, venivano via via rimpiazzati da cose sempre nuove, luccicanti e dalla grafica futuristica. I miei ultimi ricordi si fermano ai volanti vibranti e al mitico Street Fighter. La fila che si formava davanti al gioco di turno, spesso, diventava estenuante e l’unico scopo in quel momento era solo quello di poter infilare, il più presto possibile, il proprio gettone in quella specie di bocca affamata. La scritta Insert Coin attirava gli sventurati giocatori come una sorta di droga alla quale era impossibile sottrarsi. Gli enormi cassoni si alternavano in una sorta di circuit training sempre più evoluto e gli strani nomi, alcuni dei quali alquanto impronunciabili, entravano a forza nel cervello. Come non ricordare Dragon’s Lair, Out Run (con il quale ci si poteva cimentare alla guida di una splendida Ferrari), Double Dragon, Tetris, fino ad arrivare agli ultimi: Tekken, Fatal Fury e Street Fighter, forse il più famoso in assoluto. I vecchi Pac Man e Snakes, veri pionieri di questo mondo, seppur vecchiotti, non morivano mai e qualche appassionato che li preferiva a tutto ciò che era nuovo non mancava di certo. Ognuno aveva la sua tecnica di gioco, i suoi segreti, le sue intime conoscenze; tutti aspetti, questi, scaturiti dallo smanettamento pomeridiano, messo in atto in anni e anni di “duro lavoro”. I più cervelloni conocevano addirittura strane combinazioni di pulsanti – probabilmente note solo alle case costruttrici – che permettevano di muoversi da un livello all’altro, senza passare per gli schemi intermedi; come noi poveri mortali, invece, eravamo soliti fare. Questi tipi si riconoscevano da lontano: occhialoni da vista, qualche brufolo in viso e una barba acerba a piccole chiazze discontinue, come se non avesse la giusta spinta per manisfestarsi nella sua interezza. Poi c’erano i bulletti, quelli che a quindici anni avevano già abbandonato la scuola per un lavoro poco gratificante e che, a differenza dei primi, non avevo tanta voglia di ragionare. Preferivano, di gran lunga, cimentarsi in giochi più immediati, come i classici picchiaduro.
Oggi le cose sono radicalmente diverse e se da una parte possiamo avere in casa apparecchiature che un tempo non ci sognavamo nemmeno (e senza dover acquistare gettoni!), il fascino che avvertivo allora, non l’ho mai più provato. Probabilmente è l’adolescenza che se n’è andata. Il tempo passa veloce e quando ti svegli diventi consapevole che tu stesso sei cambiato, che la tua vita, per quanto bella, non è più quella di allora: nuove responsabilità, nuovi problemi, nuove mode, nuove crisi interiori che un tempo, nel periodo della beata strafottenza, erano pressoché assenti. Col tempo i vecchi marchi di stampo nipponico (Namco, Atari, Konami), che avevano scandito i nostri pomeriggi spensierati, sono volati via e oggi rappresentano solo un pallido ricordo di un’epoca defunta.
Verso la fine degli anni novanta, questo fantastico mondo finì inesorabilmente. Già ai tempi del Mega Drive prima e della Play Station poi, il destino di questi luoghi era segnato. Un vero peccato, certo. Ma tutto si evolve e quello delle sale giochi era un periodo inevitabilmente destinato ad estinguersi.



“Scrivere della propria infanzia non è semplice, soprattutto quando sono passati tanti anni. Il mondo da allora è molto cambiato, e anche la mia città è cambiata. Eppure le emozioni di quando ero bambino sono rimaste intatte nella memoria. Più di una volta, nel corso della mia vita, mi è accaduto di ripensarvi. Ora, però, devo esporle con un certo ordine, dare ai ricordi la giusta cornice, farne insomma un racconto. Ma basterà chiudere gli occhi e tornare indietro con la mente? Posso provarmi, cominciando dai miei primi passi e chiamare in aiuto figure e fatti che il tempo ha sbiadito. Dunque venitemi incontro, fantasmi di un’età perduta. Venite a restituirmi i volti, le sensazioni, gli odori e i sapori della mia infanzia. Ridatemi le strade, i cortili, gli amici di allora. Forse riuscirò a trovare, nel bosco fitto che avvolge quei ricordi, il sentiero da cui sono partito, la strada che mi ha portato fin qui.”
Carlo Castellaneta, un’infanzia italiana.