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3 luglio 2009

InutiBooks

Ecco una serie di libri, inutili, recentemente usciti nelle librerie italiane. La domanda nasce spontanea: chi mai potrà comprare cotanta cultura? Nessuno, verrebbe da dire. Eppure, grazie all’infallibile pubblicità, le vendite ci sono e superano di molto scritti ben più seri ed impegnati.
Pronti? Via!

1. Grazie a Dio ho le cornaRosalita Celentano
Le vicende sentimentali di Rosalita Celentano, prese come spunto per “profonde” riflessioni psicologiche; assolutamente indispensabili per l’Homo Sapiens Sapiens. Il libro che mancava. Uno scritto che fa la differenza… Buono, insomma, come sostituto dello Scottex casa.

2. Il viaggio dimagranteRosanna Lambertucci
Le ineccepibili opinioni di Rosanna Lambertucci sulle diete e sul benessere. Dall’alto della sua “cultura” gossippettaro-nutrizionistica, la Lambertucci fornisce, ai poveri italiani ignari, preziosi strumenti di benessere senza i quali non potranno più vivere, almeno fintanto che vogliono essere “più sani e più belli”.

3. La Jolanda furiosaLuciana Littizzetto
Comicità di basso livello, trita e ritrita, riproposta per la gioia dei lettori a perdere, quelli che tre o quattro minuti al mese, sopra ai libri, ce li passano volentieri… Ma non un secondo di più, altrimenti si stancano gli occhi!

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22 giugno 2009

L’Italia ha perso… Se lo merita!

L’Italia, calcisticamente parlando, ha perso… Se lo merita!
Il calcio è veramente diventato una vergogna nazionale: troppi soldi, troppi scandali, troppe veline. E l’italiano medio cosa fa? Invece di protestare, magari spegnendo il televisore, si impersonifica nel ruolo che non gli compete, plasmando in prima persona le gesta dei calciatori o delle società, e uscendo con le solite frasi da bar: “abbiamo vinto!”, “abbiamo comprato lo straniero!”, “siamo i campioni del mondo!”.
Andate a lavorare invece di sognare con i successi degli altri! Successi non meritati, sia chiaro,
perché quando vedo quattro giocatori viziati, guadagnare milioni di Euro solo per tirare due calci ad un pallone, mi vergogno di essere italiano. È per colpa loro, e di tutta la marmaglia che c’è dietro, se gli altri sport non hanno il risalto mediatico che meritano. Del resto basta pensare che le trasmissioni urlate come Guida al campionato, il processo del lunedì o la domedica sportiva (teoricamente generica, ma che di fatto parla solo di calcio), infestano la televisione italiana, a discapito di programmi più seri e socialmente utili, come i documentari o i film di un certo spessore. Non accetto che un maratoneta (tanto per dirne uno) faccia la fame, e sia costretto ad allenarsi dopo una giornata di lavoro, mentre un giocatore di serie A, che non sa nemmeno parlare, e nella maggior parte dei casi non ha neanche un diploma di scuola superiore, riceva assegni con sei zeri.
Nulla contro il calcio in sé, ma lo schifo che c’è dietro mi fa solo vomitare.
Vergogna!

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3 giugno 2009

I doppiatori italiani sono davvero i più bravi del mondo?

I film doppiati, che lo si voglia o no, sono alquanto fuorvianti. Vuoi perché il doppiaggio non è sempre fedele ai dialoghi originali, vuoi perché in questo paese a doppiare – nonostante la scelta – sono sempre le stesse persone (spesso anche legate da vincoli di parentela, basti considerare le famiglie Ward e Izzo). Tutta gente che, per quanto brava possa essere, alla fine finisce per annoiare e confondere chi si trova dall’altra parte dello schermo. Al di là di tutto è bene sfatare una leggenda metropolitana davvero patetica e ancora oggi molto in voga: i doppiatori italiani sono i più bravi del mondo! Questa frase senza senso altro non è che una grossa bufala, neanche tanto difficile da smontare. Per poter fare una simile affermazione, infatti, bisognerebbe conoscere tutte le lingue del mondo, guardare i film in tutti doppiaggi possibili e immaginabili e poi, eventualmente, tirare le somme. Ma siccome ciò non è umanamente possibile ci si limita soltanto ad alimentare una filastrocca che, senza il minimo fondamento, continua a rimbombare tra le chiacchiere dei cinefili novelli. Se si guarda un film in lingua originale (se non altro in inglese), è facile notare come gli adattamenti italiani, troppo spesso, si discostano dai dialoghi originali. Questo, in genere, vale anche per le voci, i cui timbri, in alcuni casi, divagano grandemente da quelle degli attori. Insomma, tolto il grande Ferruccio Amandola, qualche poveraccio degli anni settanta e ottanta che si è perso per strada o chi, infine, potrebbe lavorare ma non riesce ad imporsi perché sprovvisto delle giuste conoscenze, la situazione è davvero penosa, specialmente nell’ultimo decennio. In realtà comprendere un film in lingua inglese non è affatto complicato. Basta avere un minimo di infarinatura e la voglia di familiarizzare con la sonorità – favolosa, almeno per chi scrive – di questa lingua (specie nella sua “variante americana”). E poi, suvvia, se si guarda un film con Al Pacino, bisogna ascoltare la voce di Al Pacino, non un suo surrogato tricolore.

Su, ripetiamolo tutti in coro:

I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.
I doppiatori italiani NON sono i più bravi del mondo.

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11 maggio 2009

Arcade, un tuffo nel passato.

Qualche annetto fa, quando i PC non erano sofisticati come quelli di oggi e internet muoveva i suoi primi passi in ambito universitario, i giovani tra i quattordici e i venti anni (per la verità alcuni erano anche più grandicelli), trascorrevano interi pomeriggi nelle cosiddette “sale giochi”: sterminati saloni pieni zeppi di videogames, ammassati l’uno di fianco all’altro, fino a formare un vorticoso catasto di circuiti e colori. I Flipper, molto più datati, erano rilegati in un angolino semi deserto e gli altri apparecchi, considerati ormai obsoleti, venivano via via rimpiazzati da cose sempre nuove, luccicanti e dalla grafica futuristica. I miei ultimi ricordi si fermano ai volanti vibranti e al mitico Street Fighter. La fila che si formava davanti al gioco di turno, spesso, diventava estenuante e l’unico scopo in quel momento era solo quello di poter infilare, il più presto possibile, il proprio gettone in quella specie di bocca affamata. La scritta Insert Coin attirava gli sventurati giocatori come una sorta di droga alla quale era impossibile sottrarsi. Gli enormi cassoni si alternavano in una sorta di circuit training sempre più evoluto e gli strani nomi, alcuni dei quali alquanto impronunciabili, entravano a forza nel cervello. Come non ricordare Dragon’s Lair, Out Run (con il quale ci si poteva cimentare alla guida di una splendida Ferrari), Double Dragon, Tetris, fino ad arrivare agli ultimi: Tekken, Fatal Fury e Street Fighter, forse il più famoso in assoluto. I vecchi Pac Man e Snakes, veri pionieri di questo mondo, seppur vecchiotti, non morivano mai e qualche appassionato che li preferiva a tutto ciò che era nuovo non mancava di certo. Ognuno aveva la sua tecnica di gioco, i suoi segreti, le sue intime conoscenze; tutti aspetti, questi, scaturiti dallo smanettamento pomeridiano, messo in atto in anni e anni di “duro lavoro”. I più cervelloni conocevano addirittura strane combinazioni di pulsanti – probabilmente note solo alle case costruttrici – che permettevano di muoversi da un livello all’altro, senza passare per gli schemi intermedi; come noi poveri mortali, invece, eravamo soliti fare. Questi tipi si riconoscevano da lontano: occhialoni da vista, qualche brufolo in viso e una barba acerba a piccole chiazze discontinue, come se non avesse la giusta spinta per manisfestarsi nella sua interezza. Poi c’erano i bulletti, quelli che a quindici anni avevano già abbandonato la scuola per un lavoro poco gratificante e che, a differenza dei primi, non avevo tanta voglia di ragionare. Preferivano, di gran lunga, cimentarsi in giochi più immediati, come i classici picchiaduro.
Oggi le cose sono radicalmente diverse e se da una parte possiamo avere in casa apparecchiature che un tempo non ci sognavamo nemmeno (e senza dover acquistare gettoni!), il fascino che avvertivo allora, non l’ho mai più provato. Probabilmente è l’adolescenza che se n’è andata. Il tempo passa veloce e quando ti svegli diventi consapevole che tu stesso sei cambiato, che la tua vita, per quanto bella, non è più quella di allora: nuove responsabilità, nuovi problemi, nuove mode, nuove crisi interiori che un tempo, nel periodo della beata strafottenza, erano pressoché assenti. Col tempo i vecchi marchi di stampo nipponico (Namco, Atari, Konami), che avevano scandito i nostri pomeriggi spensierati, sono volati via e oggi rappresentano solo un pallido ricordo di un’epoca defunta.
Verso la fine degli anni novanta, questo fantastico mondo finì inesorabilmente. Già ai tempi del Mega Drive prima e della Play Station poi, il destino di questi luoghi era segnato. Un vero peccato, certo. Ma tutto si evolve e quello delle sale giochi era un periodo inevitabilmente destinato ad estinguersi.

game

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“Scrivere della propria infanzia non è semplice, soprattutto quando sono passati tanti anni. Il mondo da allora è molto cambiato, e anche la mia città è cambiata. Eppure le emozioni di quando ero bambino sono rimaste intatte nella memoria. Più di una volta, nel corso della mia vita, mi è accaduto di ripensarvi. Ora, però, devo esporle con un certo ordine, dare ai ricordi la giusta cornice, farne insomma un racconto. Ma basterà chiudere gli occhi e tornare indietro con la mente? Posso provarmi, cominciando dai miei primi passi e chiamare in aiuto figure e fatti che il tempo ha sbiadito. Dunque venitemi incontro, fantasmi di un’età perduta. Venite a restituirmi i volti, le sensazioni, gli odori e i sapori della mia infanzia. Ridatemi le strade, i cortili, gli amici di allora. Forse riuscirò a trovare, nel bosco fitto che avvolge quei ricordi, il sentiero da cui sono partito, la strada che mi ha portato fin qui.”

Carlo Castellaneta, un’infanzia italiana.

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27 aprile 2009

La collina di Windows XP!

Forse non tutti sanno che la famosissima collina di Windows XP esiste davvero. Una leggenda metropolitana vuole che l’autore dello scatto sia stato Bill Gates in persona, durante un soggiorno in Svizzera, verso la fine degli anni novanta. In realtà, però, il soggetto della foto si trova negli Stati Uniti, nella Sonoma Valley, un angolo di California rinomato in tutto il mondo per i suoi vigneti e l’autore, manco a dirlo, non è Gates, bensì il fotografo professionista Charles O’Rear, collaboratore, fra le altre cose, della National Geographic. In quel periodo la zona fu colpita dalla fillossera (un’afide parassita della vite, appartenente alla famiglia dei Phylloxeridae) e i vigneti, che fino a poco tempo prima ricoprivano la placida e spensierata collinetta, vennero – per ovvi motivi agronomici – momentaneamente tappezzati d’erba. Il verde e l’azzurro immortalati in quell’immagine devono aver molto colpito Mr. Gates, visto che poi se l’ha comprata. Tuttavia, oltre che di O’Rear, il merito è anche dei piccoli parassiti, senza i quali XP, oggi, avrebbe sicuramente un altro “sapore”.

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24 aprile 2009

Terremoti e ansia premonitrice, quanto c’è di vero?

Molte persone, prima di un terremoto, affermano, nel caso in cui questo si manifesti di notte, di non riuscire a prendere sonno o, in altri casi, di svegliarsi “misteriosamente” con qualche minuto di anticipo. Alcuni avvertono addirittura una sorta di leggera inquietudine interiore che si placa solo in coincidenza dell’evento. Premetto che la notte della tragedia avvenuta a l’Aquila, anche io non ero in grado di chiudere occhio: mi giravo in continuazione nel tentativo di trovare la giusta posizione, un po’ come in quelle afose e appiccicaticce serate di Luglio. Perché? Nel mio caso è facile rispondere: faceva caldo. Per gli altri, invece, la situazione è un po’ più articolata. Vediamo di analizzare il tutto in maniera oggettiva, senza tirare in ballo la telepatia o i super poteri, ma utilizzando solo gli elementi che abbiamo a disposizione. La questione è prettamente fisica e fisiologica. I terremoti, infatti, specie quelli di grossa portata, sono quasi sempre preceduti da deboli scosse, raramente percepibili in modo netto. Ora può succedere che alcune di queste scosse possono bastare a mettere in allerta, seppur a livello inconscio, la persone sveglie (o semi-addormentate) o, addirittura, svegliare quelle che dormono. In quest’ultimo caso, però, il risveglio non avviene perché il letto si muove (parliamo di scosse leggerissime e anche le vibrazioni non possono che essere altrettanto tenui), ma principalmente per via di un’interpretazione arbitraria di uno stato d’animo che si “fissa” nel sonno e che poi ci spinge ad aprire gli occhi, mettendoci in allerta. È un po’ come quando sogniamo di andare in bagno e solo successivamente, da svegli, capiamo che lo stimolo è reale. Insomma, la scossa si può avvertire, ma è talmente debole che è quasi impossibile, dopo, capire la causa dell’inquietudine e dell’ansia che, eventualmente, si provano. Per gli animali il discorso è diverso. Anche in questo caso non occorre tirare in ballo spiegazioni astratte, basta solo considerare che loro, a differenza dell’uomo (anch’esso animale, sia chiaro!), hanno i sensi molto più sviluppati che gli permettono, quindi, di sentire bene cose che noi, nel migliore dei casi, possiamo avvertire a malapena.
Il cervello è un organo complicato, ma è soltanto tramite un’indagine razionale che si trovano le risposte ai propri interrogativi. Le teorie strampalate a base di OBE, viaggi astrali e non meglio precisati influssi energetici, le lascio volentieri a chi non ha nulla di meglio a cui pensare.

cervello

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22 aprile 2009

Il tubo non c’è più

Prima o poi doveva succedere. I vecchi e cari televisori a tubo catodico sono definitivamente spariti da ogni centro commerciale e il tutto è avvenuto con una velocità sconvolgente, inafferrabile. Non che io voglia fermare il normale evolversi delle cose. Tuttavia, quando penso a questa fine indegna, avverto un vuoto, misto a rabbia, abbastanza complicato da spiegare a parole. Sono un figlio degli anni ottanta e quel tubo grigio e pieno di gas, per motivi che ignoro, mi ha sempre affascinato. Gli lcd, al contrario, detto in tutta franchezza, non mi trasmettono un bel nulla. È un amore ancora non consolidato, una fava che proprio non vuol saperne di cuocersi. Il mio pc, sia chiaro, è tutt’oggi accoppiato con un ottimo Samsung SyncMaster rigorosamente catodizzato e a casa, almeno in mansarda, ho un solidissimo e più che collaudato Schaub Lorentz da sessanta chili: un cassone grigio chiaro che, se volessi – considerata l’ormai consolidata tecnologia – potrei tenere ancora per altri vent’anni, con la (quasi) certezza di non avere problemi tecnici di nessun tipo. Ma poi, ad essere onesti, questi lcd si vedono davvero meglio? Tolti i videogames e i programmi ad alta risoluzione, non mi pare che i normali canali televisivi, nonché gli stessi dvd, siano eccelsi, fosse non altro per i numerosi, e fastidiosi, pixel che si possono notare nelle immagini.
Non c’è dubbio, prima o poi anche io farò il grande salto. Ora come come ora, però, preferisco il buon vecchio tubo: tecnologia che, per quanto mi concerne, non meritava di morire così in fretta… Soprattutto se si considera il livello qualitativo che aveva raggiunto negli ultimi tempi (tubi più corti, design accattivante e la possibilità si supportare l’alta definizione).
Insomma, se le case costruttrici non si fossero lasciate trasportare dalle mode, i CRT (Cathode Ray Tube) potevano ancora essere prodotti e, magari, evolversi ulteriormente. Questa non voglia di adeguarmi non credo dipenda da una sorta di snobismo che mi porta a distaccarmi dalle masse (sempre pronte a seguire, come pecoroni, la bombardante pubblicità) ma, più che altro, la nostalgia di un’epoca, quella che va dalla metà degli anni ottanta fino a tutti gli anni novanta, in cui ero alquanto felice e spensierato. Quest’epoca è finita e il 2009 non sembra promettere nulla di buono.

televisore

tubo

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17 aprile 2009

Menù degustazione: quando la noia invade la tavola.

Ormai è diventata una moda. Tutti i ristoranti desiderosi di apparire chic e importanti agli occhi della gente, a maggior ragione quelli che non possono vantare un ambiente di classe, non possono farsi mancare i noiosissimi menù degustazione: un interminabile sfilza di portate che, come in un matrimonio che si rispetti, ti fanno restare inchiodato alla sedia per due ore abbondanti, dandoti tutto, tranne che il piacere di mangiare. Ora, succede che i ristoranti più onesti ti presentano un conto tutto sommato decente, portandoti piatti belli pieni e sazianti. Quelli meno seri, ma decisamente furbi, invece, ti “staccano le orecchie” con cifre da capogiro. Con la scusa dell’alta cucina, poi, si presentano con assaggi talmente piccoli che la sera tardi, quando finalmente, insoddisfatto, te ne torni a casa con lo stomaco ancora brontolante, non vedi l’ora di andare in cantina a fettare il prosciutto e ingozzarti a dovere.
In entrambi i casi, comunque, questi menù del cavolo li odio, preferendo cento volte la classica cena a cui sono abituato: primo, secondo, contorno e, cosa importante, senza tante inutili sciccherie che alla fine servono a tutto, fuorché a farti stare bene.
Parlo per me, s’intende.

Ecco una cenetta tipo come io la intendo: pappardelle al cinghiale, bisteccozza al sangue con patate e una bella insalata mista condita con un filo di olio.
Buon appetito!

primo

secondo

contorno

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15 aprile 2009

Visicalc

Visicalc (unione di visual e calculator) è il primo foglio elettronico della storia. Creato da Dan Bricklin nel lontano 1979, e con il prezioso aiuto di Bob Frankston, dell’Massachusetts Institute of Technology, questo software ha rappresentato una vera rivoluzione per l’epoca ed è grazie ad esso se oggi possiamo lavorare con Excel e i vari fogli di calcolo in commercio.
Il codice, scritto in linguaggio macchina, pesava solo 20 Kbytes; assurdo se si condiderano i programmoni a cui siamo abituati attualmente. Davvero un bel lavoro, insomma!
Una versione perfettamente funzionante, e quasi identica a quella che originariamente veniva fatta girare nei vecchi Apple II, è scaricabile gratuitamente dal sito di Bricklin, eccola:

Visicalc

visicalc1
visicalc2

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17 marzo 2009

Nove anni, stuprata… E la chiesa rincara la dose.

Volevo parlare d’altro, ma qui non si può proprio tacere.
È accaduto in Brasile. Una bambina di nove anni, ripetutamente violentata dal patrigno, è rimasta incinta di due gemelli. I medici (giustamente) l’hanno fatta abortire. A nove anni, infatti, secondo il loro parere tecnico – anche se per capire questo fatto basterebbe il semplice buonsenso – una bambina non ha il fisico sufficientemente sviluppato per portare a termine una simile gravidanza. Cosa fa l’arcivescovo Jose Cardoso Sobrinho? Invece di tacere, o di prendersela con lo stupratore (che, per quanto mi concerne, meriterebbe una pena senza precedenti), scomunica i medici che hanno praticato l’aborto. Perché? Perché la legge divina, secondo la sua mente malata, è superiore a quella degli uomini. La bambina, invece, non ha ricevuto la scomunica solo per via della sua giovane età, altrimenti non sarebbe stata risparmiata neanche lei. La cosa vergognosa è che la maggior parte dei cattolici e dei cristiani sono favorevoli a questa assurda decisione, fregandosene di quali potessero essere le conseguenze per la povera sventurata: rovinata dal patrigno infame e umiliata dall’estremismo della religione, per mezzo di un arcivescovo nefando, bigotto e imbecille. La sfacciataggine di questi criminali, unita alla mancanza di neuroni che li caratterizza (d’altra parte se il cervello fosse integro non ragionerebbero così), è davvero allucinante, senza fine. È proprio per questi motivi che sono ormai giunto alla conclusione che simili elementi (frati, preti, vescovi, catechisti, l’omino bianco bacchettone, nonché i religiosi di qualunque altra confessione), sono socialmente pericolosi e, quindi, assolutamente da mettere in disparte, specie se hanno a che fare con i giovani. Ok, mi riferisco ai più estremisti anche se, ad essere sinceri, è alquanto difficile trovarne uno che non lo sia.
Vergogna!

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