Eccomi al mio secondo intervento sul blog. Il bello di avere uno smartphone di ultima generazione è quello di poter scrivere ciò che si vuole in qualunque posto: in ufficio (quando non ti vede nessuno!), sul letto prima di coricarti, oppure in macchina mentre aspetti un amico in ritardo. Ora sono sul divano della mansarda e, tra una parola e l’altra digitata in pieno relax, volgo lo sguardo fuori dalla piccola finestra sulla mia destra, cercando di cogliere ciò che in città è impossibile vedere: il cielo stellato. Fortunatamente la primavera si sta avvicinando, seppur con qualche “balletto” climatico non troppo piacevole. Con essa verrà a farci visita anche il caldo torpore che tanto adoro e che mi mette voglia di trascorrere piacevoli serate all’aperto, sotto il cielo brulicante di astri, ad ammirare uno spettacolo fantastico che ha fatto sognare migliaia di generazioni e che ha alimentato, nei secoli, miti e leggende di ogni tipo. Tanto per essere chiaro, devo ammettere che il lato romantico di ciò che ci sovrasta mi dice poco, anzi, in questo periodo di cambiamenti e di incertezze varie il romanticismo non fa proprio parte del mio vocabolario e così preferisco osservare l’immensità dell’universo sotto un punto di vista tecnico. Pochi mesi fa ho acquistato un telescopio di media potenza, ovviamente non professionale. La visione dei pianeti e in particolare della luna, con i suoi crateri e le sue “punzecchiature”, come le chiama un mio amico, sono di un fascino unico, sconvolgente. Da lì a vagare con la mente il passo è breve e tante domande assalgono la mia morbosa voglia di conoscere. Ciò che più mi fa impazzire, al di là degli astri appena menzionati (comunque di facile osservazione), sono le stelle e le galassie con le loro immense distanze, talmente grandi che il solo pensarci mi fa venire il mal di testa. Per capire questo concetto e mettere in chiaro che noi terrestri, alla faccia di tutte le religioni, siamo solo miseri puntini di polvere in mezzo al vuoto più sterminato, basta fare degli esempi pratici. Se, ipoteticamente, volessimo raggiungere Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, dovremmo percorrere qualcosa come 40.000 miliardi di chilometri. Per arrivare a quella che troviamo subito dopo, stella di Barnard, di chilometri, invece, ne dovremmo percorrere quasi 20 miliardi in più. Lo so, lo so, queste cifre, seppur grandi, non dicono molto. Infatti noi terrestri, nella nostra quotidianità, siamo abituati a ragionare con numeri molto più piccoli. Proviamo a fare dei simpatici paragoni per schiarire un pochino le idee. Immaginate di essere a bordo di un Boeing 747 scrupolosamente corazzato per affrontare le pessime condizioni dello spazio siderale. Sempre usando l’immaginazione, fate finta che l’aereo in questione abbia subito anche qualche modifica ai motori, in modo tale da consentirgli di viaggiare ad una velocità costante di 40.000 chilometri orari. Facendo dei semplici conti si evince che per arrivare su Proxima Centauri ci voglio esattamente 114.077 anni, tanto per capirci il lasso di tempo che separa l’uomo moderno dai babilonesi, dopo, però, aver moltiplicato il tutto per una trentina di volte. Fa più effetto così? Vogliamo fare qualche altro esempio, utilizzando un “mezzo” che “corre” più del nostro boeing? Prendiamo la velocità della luce e, invece di mandarla su Proxima Centauri, facciamole fare un viaggio diverso: la traversata della via lattea! Viaggiando a 300.000 chilometri al secondo la luce, per attraversare la nostra galassia, impiegherebbe qualcosa come 100.000 anni. Sono riuscito a spiegarmi? Avete idea ora, ammesso che già non lo sapevate, di quanto siano mostruose le grandezze che abbiamo sopra la nostra testa? Figuriamoci, poi, se invece di accontentarci delle cose a noi prossime, volessimo arrivare in altre galassie, di cui la scienza ignora anche l’esistenza. Ne verrebbero fuori cifre semplicemente incalcolabili per l’uomo. Ora inizio a sentirmi male davvero, è meglio che mi fermo qui. Le tante domande, però, continuano ad invadere la mia curiosità e il lato triste della vicenda è che non conosco (e probabilmente non conoscerò mai) le risposte: cosa ci sarà lassù? Altri mondi? Altre vite? Probabile. E come saranno? Storti? Verdi? Con le mani a ventosa? Con tre occhi? Beh, onestamente, non credo che siano così fantasiosi e magari avranno forme e funzioni completamente diverse da quelle umane. Oppure saranno semplici organismi unicellulari, simili ai nostri protozoi. Di sicuro, però, non credo che abbiano la capacità (e la voglia!) di attraversare l’universo, arrivare sulla terra, svolazzare per qualche minuto per poi ripartire come si farebbe per una banale scampagnata domenicale. Chi mai perderebbe tanto tempo in simili imprese? Soltanto dei pazzi potrebbero farlo. Insomma, cari ufi (come li chiama un mio conoscente), dove siete? Perché non vi fate vivi una volta per tutte? Forse anche voi temete queste immense, assurde distanze che ci separano? Oppure siete solo troppo timidi per avvicinarvi al nostro mondo? La risposta immagino che non la conosceremo mai, bisogna prenderne atto. La natura, a volte, può avere un fascino talmente forte da far rizzare tutti i peli del corpo (capelli compresi) e tenerli dritti per ore. Basta solo affacciarsi dalla finestra in una sera d’estate, come si farebbe dalle gallerie di un teatro antico, e avere la sensibilità di cogliere lo spettacolo che l’evoluzione, con con gli anni, ci ha messo a disposizione… Senza neanche farci pagare il biglietto. 