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27 Aprile 2007

Io, il professore

Oggi, dopo molto tempo, ho rimesso piede all’università per sostenere un terribile esame: biochimica! Un mattone talmente ostico che il cervello, a distanza di ore, ancora mi fuma. In compenso mi sono portato a casa un bel 25. Certo, non è un voto altissimo ma, data la complessità dell’esame (è sicuramente uno dei più difficili e non solo nella mia facoltà) e il fatto che lavoro (anche se questo è un momento di calma), quello che in altre circostanze avrei definito un pessimo voto, mi sembra, in realtà, un grande successo. Questa mattina, stranamente, sono uscito con la giacca (cosa che faccio di rado!), ho impugnato una cartella nera di finta pelle e, come se non bastasse, mi sono messo pure un paio di occhiali da vista argentati da sapientino.
Appena entrato in una delle nuove strutture della facoltà chiedo al tizio della portineria (che mai avevo visto prima), dove si trovasse l’aula di mio interesse, indicandogliela con una sigla che non ora non ricordo. Lui, improvvisamente, mi guarda e mi dice con tono gentile: ha lezione professore?
Ehm, veramente io… Insomma… Non sono il professore, gli dico, ma più semplicemente uno che dovrebbe sostenere un esame!
Con una risata da entrambe le parti la cosa si è chiusa simpaticamente, ma non posso nascondere l’infantile gioia che ho provato davanti a quella domanda. Chi lo sa, magari sarei pure bravo come docente universitario: sicuramente un po’ esigente, ma di certo amichevole e giovanile; i professoroni di un tempo, quelli con la puzza sotto il naso e buoni solo a criticare, non li sopporto proprio. Magari in futuro, perché no, potrei davvero farci un pensierino sull’insegnamento, hai visto mai!

Già mi ci vedo:

Professor Mark Sanders
Departement of Microbiology and Molecular Genetics
1204 West Road
Harvard University
Phone (617) 555-4522

Ok, la mia fantasia, al solito, è andata un po’ oltre… Meglio non farci caso!

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25 Aprile 2007

Parlare senza conoscere

Due o tre sere fa, approfittando della pausa lavorativa di questo periodo, sono uscito sul tardi. Dalle mie parti prima di mezzanotte non c’è molto da fare. La mentalità che vige in queste zone, ma immagino anche altrove, è quella di andare in discoteca, luogo che ogni tanto frequento ma del quale, sono sincero, farei a meno volentieri. Verso mezzanotte e mezza, durante una camminata sul lungomare in attesa di fare altro, incontro un conoscente che, dopo avermi salutato, mi fa: come va l’universita? Bene, rispondo io, l’ho quasi finita! E lui: ci credo, la tua non è molto difficile… Io ho ancora diversi esami da sostenere! Come? Cosa? La mia non è molto difficile?
Dopo aver udito queste stupide frasi buttate al vento e senza la minima cognizione di causa, la pressione ha iniziato a salire piano piano e siccome per carattere non riesco a tenermi le cose dentro, gli faccio presente, in maniera comunque civile, ma sempre pronto ad arrabbiarmi sul serio nel caso in cui la situazione si fosse protratta a lungo, che fra la mia facoltà (scientifica) e la sua (non scientifica, ovvero scienze politiche), in fatto di difficoltà c’è un abisso talmente profondo che spiegarlo a parole è a dir poco impossibile. In pratica siamo andati avanti a parlare per un bel pezzo, mentre ognuno sosteneva avidamente la propria tesi. Ora, io sono del parere che tutte le facoltà siano utili e soprattutto che oguno deve fare ciò che preferisce, in base alle proprie attitudini e alle proprie aspirazioni! Però, quando vengo “attaccatto” da uno che non sa nemmeno a cosa serva la tavola periodica e che non mi saprebbe neanche spiegare la differenza che passa fra una cellula animale e una vegetale (cose semplicissime che si studiano i primi anni), allora mi incavolo e divento cattivo. È matematicamnente impossibile paragonare una materia tecnico-scientifica (biologia, ingegneria, fisica) ad una palesemente più leggera (scienze politiche, giurisprudenza, lettere). Ripeto, tutto è bello ma la scienza per essere appresa richiede anni e anni di studio e di applicazioni in laboratorio. Questo è quanto.
Insomma, alla fine me ne sono andato, salutando il tipo a mezza bocca… Anche se la voglia di dargli uno schiaffone rovesciato sulla faccia era molta. Vabè, meglio lasciar perdere in questi casi ma, come spesso si dice, la corda, tira tira, si spezza.
Morale: rispettare il lavoro degli altri e non parlare se non si conoscono le cose è una forma di civiltà non indifferente e rappresenta, altresì, l’unico modo per amare e farsi amare.

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22 Aprile 2007

Un paese di coatti

Ieri mattina mi trovavo in palestra per i miei consueti allenamenti. Alla fine mi sono messo una decina di minuti sul tapis roulant, giusto per farmi una corsetta non molto impegnativa, quando vedo due ragazze, una bionda e una mora , che iniziano a fare alcuni esercizi vicino a me… E fin qui nulla di strano! Tanto per essere precisi la mora era pure carina ! All’ improvviso le due tipe si mettono a parlare del più e del meno (in pratica di gossip e pettegolezzi vari! ) ed io che ero lì vicino non potevo fare a meno di ascoltare. Non che la cosa mi interessasse in modo particolare, ma l’acustica è una scienza esatta e così ho dovuto patire, seppur indirettamente, quelle stupidaggini. La cosa ridicola, però, non è questa. D’altro canto anche noi uomini, spesso e volentieri, affrontiamo discorsi dalla banalità allucinante. Il punto è un’altro. In pratica le due tipe (in particolare la mora), parlavano in un dialetto talmente periferico che le mie orecchie provavano letteralmente uno strano dolore, un po’ come avveniva a scuola, quando qualcuno si divertiva a “graffiare” la lavagna con il gessetto.
Insomma, Il fatto che un uomo parli in dialetto stretto è una cosa che non amo particolarmente, ma quando è una ragazza a farlo la situazione peggiora in maniera esponenziale. Non è bello vedere una graziosa moretta urlare e gesticolare come uno scaricatore di porto, usando, per giunta, un linguaggio volgare e buzzurro tipico di chi, invece di sfogliare qualche libro ogni tanto, preferisce guardare il grande fratello. È questo ciò che succede nella mia provinciale città ed per questo motivo che non perdo occasione di insultarla e di sminuirla ogni qual volta ne capita l’occasione. Forse non sono “patriottico” come molti miei amici e conoscenti, ma non posso farci nulla. I viaggi e i paesi che ho visto mi hanno cambiato e se prima ero fiero di essere marchigiano, oggi, tanto per dirla tutta, mi vergogno un po’.

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11 Aprile 2007

Ammirando le stelle!

Eccomi al mio secondo intervento sul blog. Il bello di avere uno smartphone di ultima generazione è quello di poter scrivere ciò che si vuole in qualunque posto: in ufficio (quando non ti vede nessuno!), sul letto prima di coricarti, oppure in macchina mentre aspetti un amico in ritardo. Ora sono sul divano della mansarda e, tra una parola e l’altra digitata in pieno relax, volgo lo sguardo fuori dalla piccola finestra sulla mia destra, cercando di cogliere ciò che in città è impossibile vedere: il cielo stellato. Fortunatamente la primavera si sta avvicinando, seppur con qualche “balletto” climatico non troppo piacevole. Con essa verrà a farci visita anche il caldo torpore che tanto adoro e che mi mette voglia di trascorrere piacevoli serate all’aperto, sotto il cielo brulicante di astri, ad ammirare uno spettacolo fantastico che ha fatto sognare migliaia di generazioni e che ha alimentato, nei secoli, miti e leggende di ogni tipo. Tanto per essere chiaro, devo ammettere che il lato romantico di ciò che ci sovrasta mi dice poco, anzi, in questo periodo di cambiamenti e di incertezze varie il romanticismo non fa proprio parte del mio vocabolario e così preferisco osservare l’immensità dell’universo sotto un punto di vista tecnico. Pochi mesi fa ho acquistato un telescopio di media potenza, ovviamente non professionale. La visione dei pianeti e in particolare della luna, con i suoi crateri e le sue “punzecchiature”, come le chiama un mio amico, sono di un fascino unico, sconvolgente. Da lì a vagare con la mente il passo è breve e tante domande assalgono la mia morbosa voglia di conoscere. Ciò che più mi fa impazzire, al di là degli astri appena menzionati (comunque di facile osservazione), sono le stelle e le galassie con le loro immense distanze, talmente grandi che il solo pensarci mi fa venire il mal di testa. Per capire questo concetto e mettere in chiaro che noi terrestri, alla faccia di tutte le religioni, siamo solo miseri puntini di polvere in mezzo al vuoto più sterminato, basta fare degli esempi pratici. Se, ipoteticamente, volessimo raggiungere Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, dovremmo percorrere qualcosa come 40.000 miliardi di chilometri. Per arrivare a quella che troviamo subito dopo, stella di Barnard, di chilometri, invece, ne dovremmo percorrere quasi 20 miliardi in più. Lo so, lo so, queste cifre, seppur grandi, non dicono molto. Infatti noi terrestri, nella nostra quotidianità, siamo abituati a ragionare con numeri molto più piccoli. Proviamo a fare dei simpatici paragoni per schiarire un pochino le idee. Immaginate di essere a bordo di un Boeing 747 scrupolosamente corazzato per affrontare le pessime condizioni dello spazio siderale. Sempre usando l’immaginazione, fate finta che l’aereo in questione abbia subito anche qualche modifica ai motori, in modo tale da consentirgli di viaggiare ad una velocità costante di 40.000 chilometri orari. Facendo dei semplici conti si evince che per arrivare su Proxima Centauri ci voglio esattamente 114.077 anni, tanto per capirci il lasso di tempo che separa l’uomo moderno dai babilonesi, dopo, però, aver moltiplicato il tutto per una trentina di volte. Fa più effetto così? Vogliamo fare qualche altro esempio, utilizzando un “mezzo” che “corre” più del nostro boeing? Prendiamo la velocità della luce e, invece di mandarla su Proxima Centauri, facciamole fare un viaggio diverso: la traversata della via lattea! Viaggiando a 300.000 chilometri al secondo la luce, per attraversare la nostra galassia, impiegherebbe qualcosa come 100.000 anni. Sono riuscito a spiegarmi? Avete idea ora, ammesso che già non lo sapevate, di quanto siano mostruose le grandezze che abbiamo sopra la nostra testa? Figuriamoci, poi, se invece di accontentarci delle cose a noi prossime, volessimo arrivare in altre galassie, di cui la scienza ignora anche l’esistenza. Ne verrebbero fuori cifre semplicemente incalcolabili per l’uomo. Ora inizio a sentirmi male davvero, è meglio che mi fermo qui. Le tante domande, però, continuano ad invadere la mia curiosità e il lato triste della vicenda è che non conosco (e probabilmente non conoscerò mai) le risposte: cosa ci sarà lassù? Altri mondi? Altre vite? Probabile. E come saranno? Storti? Verdi? Con le mani a ventosa? Con tre occhi? Beh, onestamente, non credo che siano così fantasiosi e magari avranno forme e funzioni completamente diverse da quelle umane. Oppure saranno semplici organismi unicellulari, simili ai nostri protozoi. Di sicuro, però, non credo che abbiano la capacità (e la voglia!) di attraversare l’universo, arrivare sulla terra, svolazzare per qualche minuto per poi ripartire come si farebbe per una banale scampagnata domenicale. Chi mai perderebbe tanto tempo in simili imprese? Soltanto dei pazzi potrebbero farlo. Insomma, cari ufi (come li chiama un mio conoscente), dove siete? Perché non vi fate vivi una volta per tutte? Forse anche voi temete queste immense, assurde distanze che ci separano? Oppure siete solo troppo timidi per avvicinarvi al nostro mondo? La risposta immagino che non la conosceremo mai, bisogna prenderne atto. La natura, a volte, può avere un fascino talmente forte da far rizzare tutti i peli del corpo (capelli compresi) e tenerli dritti per ore. Basta solo affacciarsi dalla finestra in una sera d’estate, come si farebbe dalle gallerie di un teatro antico, e avere la sensibilità di cogliere lo spettacolo che l’evoluzione, con con gli anni, ci ha messo a disposizione… Senza neanche farci pagare il biglietto. galassia-spirale.jpg

Archiviato in: My Blog by Mark at 8:53 pm
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